Chi sono

Salve, sono il blogger Enrico Grazzini. Ho 55 anni e una famiglia con una moglie, due figli e un nipote.

Se dovessi descrivere la mia professione direi che sono un analista dell’economia della comunicazione e dell’innovazione. Attualmente collaboro con il Corriere della Sera, con Prima Comunicazione e con l’Osservatorio Beltel. Ho lavorato per alcune primarie società nazionali e internazionali - Databank, KPMG Consulting, Nolan Norton - svolgendo attività di ricerca e consulenza per alcune delle più importanti imprese ICT e multimedia, per associazioni, per enti pubblici e per l’Unione Europea. In passato ho collaborato con le newsletter del Financial Times specializzate sulle comunicazioni fisse e mobili, con Il Mondo, Fortune Italia, Problemi dell’Informazione e con altre testate.

Sono per un’economia innovativa e per un mercato concorrenziale ma anche per un’economia della conoscenza democratica, cooperativa, equa e sostenibile. Non sono per i monopoli ma neppure per l’ipercompetizione. Sono perchè l’economia serva la società e non viceversa. Sono contro il declino dell’economia nazionale. Sono per un’economia globale in cui non vinca sempre e solo il più forte, un’economia regolata e controllata democraticamente anche dal basso e rispettosa dei diritti delle persone e delle libertà individuali, culturali, sociali e politiche.

Sono a favore dell’Open Society, dell’Open Science, dell’Open Source, dell’Open Spectrum. Mi piace ricordare che per gli economisti della Knowledge Economy la conoscenza è un bene comune, un bene per sua intrinseca natura non competitivo, non proprietario e con ritorni crescenti. L’economia della conoscenza è un’economia dell’abbondanza per tutti. Mettiamola in pratica

4 commenti
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  1. [...] di Roberto Garavaglia Da una piacevole e stimolante (sul piano intellettuale) chiacchierata con Enrico Grazzini, è uscito un bel articolo che vi segnalo su Corriere Economia (inserto del Lunedì del Corriere [...]

  2. Ti ho sentito a Vinitaly…complimenti.
    Ti segnalo un caso di successo per tecnologia web 2.0 http://www.clubfossmarai.com

  3. Caro Grazzini,
    ho letto con estremo interesse il suo articolo pubblicato su Prima Comunicazione del marzo 2010 intitolato “Ma è vero che la pubblicità online costa meno di quella su carta?”
    Da ex direttore di giornali cartacei ed attuale direttore e proprietario di sito internet, mi permetto di inviarle alcune mie sintetiche considerazioni in merito allo studio di Martin Lageveld, secondo il quale il cpm su carta sarebbe di 35 euro, contro gli 80 euro di internet.
    A proposito dei ricavi del mercato internet in Italia:
    - chi li ha mai visti, in Italia, 80 euro cpm sul web?
    - i ricavi di un editore che si affida a concessionarie online difficilmente superano i 2 cpm, almeno per quanto riguarda il ricavo complessivo da banner; questa è la mia esperienza personale, ma so di potermi considerare un “fortunato” rispetto ai ricavi dei miei colleghi
    - se ai ricavi da banner aggiungo quelli da pubblicità via email (dem) arrivo a sfiorare i 4 cpm complessivi
    - certamente, questi sono i miei ricavi al netto dei vari passaggi fra centri media e concessionarie; il prezzo pagato dagli inserzionisti, in definitiva, oscilla fra gli otto ed i venti euro cpm
    - ben oltre il meccanismo delle concessionarie online, cito a memoria un articolo pubblicato recentemennte proprio da Prima Comunicazione: una lunga intervista ai responsabili della concessionaria del gruppo Sole24Ore, i quali vantano di potersi permettere un listino che punta ai 60 euro cpm. Si parlava, appunto, di listino: sarebbe curioso sapere quanto le attività online del Sole24Ore riescono a spuntare nella realtà…
    - in definitiva, gli 80 euro cpm indicati da Langeveld in Italia appaiono molto più che una chimera, contro una realtà che raramente arriva a superare i 20 euro
    Veniamo invece ai costi/ricavi cpm calcolati da Langeveld per la carta stampata:
    - anzitutto, spero che negli Stati Uniti i numeri sulle tirature e sulle diffusioni dei giornali siano un pochino più seri e credibili rispetto a quelli indicati in Italia
    - sappiamo benissimo quanto questi dati dalle nostre parti siano invece taroccati e taroccabili, magari con la complicità dei cosiddetti enti certificatori
    - oltretutto, mi risulta che i listini (ed anche i costi reali) della carta stampata italiana siano decisamente superiori a quelli statunitensi: dovremmo scandalizzarci nel comparare i listini del quotidiano “locale” di Dallas, con le sue centinaia di migliaia di copie, rispetto ai listini di giornali locali o anche nazionali in Italia
    In definitiva, sarei davvero lieto se lo studio di Langeveld venisse replicato in Italia, magari (utopia) facendo riferimento ai dati di diffusione reali della carta stampata italiana.
    Temo, purtroppo, che la resistenza dei grandi editori cartacei, dei centri media e delle concessionarie tradizionali sia ad oggi ancora insormontabile: non pare abbiano mai avuto intersse a diffondere numeri ed analisi che avessero un minimo riscontro nella realtà. A questa tradizione truffaldina, devo purtroppo accompagnare un’ultima nota: anche le concessionarie online italiane, piuttosto che battagliare in favore dell’emersione dei numeri reali, preferiscono assecondare gli interessi dei centri media. Nessuno osa nemmeno pensare di aggirare l’ostacolo e puntare direttamente ai grandi inserzionisti.
    “Che possiamo fare? Sono loro che dettano le regole del mercato…” mi sento rispondere quando cerco di capire le distorsioni del mercato italiano. Ancora una volta, in Italia, anche internet si accontenta dell’uovo oggi, maledetto e subito, piuttosto che mettere le basi per una corretta interpretazione delle dinamiche pubblicitarie. Col risultato che, al momento, Google adsense offre condizioni migliori rispetto a qualunque concessionaria italiana, sia nei ricavi che (soprattutto) nei tempi di pagamento. Poi, qualcuno, ha pure il coraggio di lamentarsi del monopolismo di Google…. Se le concessionarie ci pagassero meglio e puntualmente, Google sarebbe un interlocutore qualunque.

  4. Leggo l’articolo “Digitale Il dividendo non va ancora in onda” sul Corriere. Le informazioni sono corrette. Per completare il quadro, si potrebbe aggiungere che Andrea Ambrogetti è un dirigente Mediaset e che continua a presiedere DGTV avendo RAI, chissà perché, di fatto rinunciato a occupare una carica che dovrebbe essere in alternanza. A chi giova favorire le locali nella assegnazione delle frequenze? Non certo a RAI, che come servizio pubblico dovrebbe essere presente anche a livello regionale, e che avendo affittato parte della banda, come da legge, su parte dei suoi mux, già sta stretta. Mi pare che il ruolo di Romani, che dal mondo della TV commerciale proviene, sia quello di garantire la presenza di una cinghia di trasmissione politica con il mondo delle locali. E DGTV si adegua.
    PS: una curiosità personale: lei è parente di Giovanni Grazzini?

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